È in crescita il numero di imprese che necessitano di una valutazione del proprio capitale economico sia in vista di operazioni di finanza agevolata, funzionali alla razionalizzazione degli assetti organizzativi e allo sviluppo del proprio business, sia per l’ormai diffusa opinione che i valori espressi nel bilancio non siano sufficientemente in grado di esprimere la reale performance dell’azienda.

Dunque, la misura del valore delle aziende rappresenta un tema di rilievo non solo per alcune operazioni finanziarie ma, più in generale, nell’orientamento delle strategie e delle scelte di gestione, “misurando” il potenziale di successo delle imprese nel mercato di riferimento. Ecco perché va posta maggiore attenzione alla valutazione del proprio valore.

Le piccole e medie imprese rappresentano la struttura portante del sistema produttivo italiano (circa il 98% delle imprese conta meno di 10 dipendenti) e rivestono, pertanto, un ruolo fondamentale, quali principali interpreti, nella realtà economica nazionale. Immaginiamo, solo per un istante, il miglioramento conseguibile, in termini di competitività e di crescita del PIL, se anche solo una piccola parte delle PMI perseguisse progetti di crescita interna, favorendo così lo sviluppo del tessuto economico verso quella che potremmo definire “Italia 2.0”. Un acceleratore di primaria importanza di tali processi è sicuramente rappresentato dalla finanza straordinaria: acquisizioni e cessioni di società e rami d’azienda, fusioni e scissioni di società, emissioni di titoli di debito e/o capitale sociale, ecc.

All’interno di tale contesto, punto di partenza imprescindibile è la misurazione del valore delle imprese, o per meglio dire del loro capitale economico, in un determinato momento. Il processo di valutazione vero e proprio parte con la scelta del metodo da adottare sulla base di un giudizio di compatibilità con il caso in esame.

Di seguito vengono succintamente rappresentate le principali caratteristiche dei più comuni metodi di valutazione.

METODO PATRIMONIALE SEMPLICE. Costituisce un passaggio valutativo imprescindibile, essendo la fase comunque iniziale e, talvolta, essenziale di ogni valutazione. Esso consente la ripartizione del valore complessivo dell’azienda nelle sue singole componenti, intese come elementi dell’attivo e del passivo.

METODO PATRIMONIALE COMPLESSO. Rappresenta un’integrazione del metodo patrimoniale semplice, in quanto consente di attribuire un valore separato anche ai beni intangibili. Assume particolare significato in presenza di ingenti valori di beni immateriali, la cui stima possa essere effettuata autonomamente, tramite moltiplicatori di mercato o processi simili, oppure in presenza della necessità di determinare, con riferimenti oggettivi, il concorso dei beni intangibili nella formazione del valore.

METODO REDDITUALE. Utilizzando il metodo reddituale puro, il valore di un’azienda è determinato unicamente in funzione dei redditi che, in base alle attese, sarà in grado di produrre. Tale metodo è indicato per aziende operanti “a regime”, senza particolari problemi finanziari, cioè aziende che sfruttano adeguatamente la loro capacità produttiva. Eventuali beni estranei al processo produttivo devono ovviamente essere valutati separatamente mediante metodi appropriati.

A seconda delle prospettive future e dei dati di cui si dispone, i metodi reddituali possono trovare applicazione secondo tre modalità di calcolo differenti, così sintetizzate:

  • attualizzazione del reddito medio normale atteso. Tale processo corrisponde all’ipotesi di durata indefinita nel tempo del reddito atteso e si traduce in una formula valutativa che corrisponde al valore attuale di una rendita perpetua;
  • attualizzazione del reddito medio normale atteso per un periodo definito di anni. Questa tecnica poggia sull’ipotesi di una durata limitata nel tempo del reddito e si traduce in una formula valutativa che corrisponde al valore attuale di una rendita annua posticipata di una durata pari ad un numero limitato di anni;
  • attualizzazione dei redditi analiticamente previsti per un certo numero di anni completata dalla determinazione di un valore terminale stimato sulla base del reddito atteso al termine del periodo oggetto di previsione analitica. Si tratta, in sostanza, di un criterio di stima composito rispetto a quelli in precedenza indicati.

IL METODO MISTO CON STIMA AUTONOMA DELL’AVVIAMENTO. Si fonda sul presupposto che il reddito prospettico comprenda una quota di sovra-reddito (o sotto-reddito) destinata a venire meno nel tempo.

IL METODO MISTO EVA (Economic Value Added). Nasce come criterio di determinazione delle performance aziendali e conseguentemente è applicato anche come criterio di valutazione. Viene utilizzato per quantificare l’entità del valore che l’azienda crea per i soci. Misura il sovra reddito che l’impresa produce nello svolgimento dell’attività operativa al netto della remunerazione congrua del capitale di debito e di quello di rischio. Si tratta di un metodo particolarmente indicato per valutare le aziende che presentano tassi di crescita assai sostenuti.

IL METODO DEL DISCOUNTED CASH FLOW. Il metodo che forse più di ogni altro è in grado di attribuire un valore a qualsiasi iniziativa, indipendentemente dalle sue caratteristiche, è quello finanziario. Parte dal presupposto in virtù del quale il valore effettivo di una impresa (a prescindere dal settore in cui opera) corrisponde sempre ai flussi di cassa che questa sarà in grado di generare in futuro e lo strumento di misurazione è costituito dalla attualizzazione di tali flussi di cassa (Discounted Cash Flow). Questo metodo sconta la difficoltà insita nel processo tramite cui vengono determinati i flussi di cassa previsionali. Il metodo è pertanto adatto alle realtà imprenditoriali in cui la previsione dei flussi finanziari presenti una sufficiente affidabilità (es. lunga serie di dati storici con un elevato grado di stabilità, assenza di eventi esterni ed interni all’azienda con potenziale impatto significativo, ecc.).

I METODI DEI MULTIPLI. Nella valutazione delle realtà aziendali è anche frequente il ricorso ai moltiplicatori e cioè al rapporto tra la capitalizzazione borsistica di analoghe società concorrenti e parametri diversi, quali, a seconda dei casi, l’utile netto, l’EBIT, l’EBITDA, il fatturato, ecc.

Perché si ricorre a un metodo? La ragione poggia su processi comparativi dell’azienda con i valori riconosciuti dal mercato per realtà affini. Il suo momento critico risiede nella elevata volatilità dei risultati che ne derivano, conseguenza dell’ampio range di oscillazione dei corsi di borsa, e tale volatilità mal si concilia con un’esigenza di stabilità, che è propria della valutazione in oggetto. Il che, peraltro, consente l’impiego di tale metodo quale metodo di controllo.

Negli ultimi anni, l’intervento massiccio degli investitori sui mercati finanziari, il frequente manifestarsi di operazioni di compravendita di aziende nonché la sostenuta pratica di operazioni straordinarie, hanno enfatizzato l’esigenza della determinazione dei valori da considerare quale base per la definizione dei prezzi di trasferimento.

Così è cresciuta l’attenzione pubblica (e quella del mondo professionale) verso le metodologie utili per la determinazione del valore economico delle imprese. Inoltre, è sempre più condivisa l’idea che la misura del valore delle aziende rappresenti un tema di rilievo non solo per alcune operazioni finanziarie ma, più in generale, nell’orientamento delle strategie e delle scelte di gestione.

La valutazione del capitale economico, oggi, esprimendo la capacità di creare valore per gli azionisti e per tutti gli altri stakeholders, misura la possibilità che le imprese hanno di essere vincenti sul mercato. Ecco perché le aziende dovrebbero prestare una maggiore attenzione alla valutazione del proprio valore di cui gli utili d’esercizio, sempre auspicati, rappresentano soltanto un aspetto.

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