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Forfettari e previdenza complementare: un binomio che fa sospirare il “popolo” delle partite Iva. Il motivo è di non poco conto: i contributi versati volontariamente ai fondi di previdenza complementare – che si aggiungerebbero a quelli obbligatori – non sono deducibili, ciascun anno, dai redditi prodotti in regime forfettario. Ma non tutto è perduto… .

 

 

<<È possibile dedurre i contributi pagati alla previdenza complementare?>>. A porci questo interrogativo è un “forfettario”, che vuole saperne di più circa la sua possibilità di aderire al fondo pensione.

Domanda non scontata e pertinente col calendario delle scadenze fiscali.  Si avvicina, infatti, il momento di pensare alle dichiarazioni dei redditi e – come ogni anno – arrivano quesiti circa il trattamento dei premi pagati in favore di fondi di previdenza complementare da parte di soggetti aderenti al regime forfettario.

Si ricorda, brevemente, che tanto i dipendenti privati quanto i lavoratori autonomi hanno facoltà di integrare (laddove fossero già iscritti ad una cassa di previdenza o alla gestione separata “Artigiani e commercianti” dell’Inps) o di aderire ad un apposito fondo di previdenza complementare, al fine di poter contare, quando sarà il momento, su una pensione eventualmente aggiuntiva.

Senza entrare nei meandri dei possibili fondi pensioni esistenti sul mercato e del funzionamento degli stessi, è opportuno evidenziare che l’adesione a un fondo di previdenza complementare comporta la possibilità di dedurre dal reddito lordo imponibile complessivo, da assoggettare ad Irpef, la quota dei contributi versati al fondo durante l’anno (quindi secondo il principio di cassa), con il limite massimo pari all’importo di € 5.164,57 per ciascun anno.

Pertanto, si ottiene un evidente risparmio sulle imposte dovute, potendo, a seconda dei casi, applicare un’aliquota ridotta, qualora lo scaglione di riferimento del reddito imponibile una volta applicata la deduzione per i contributi versati scendesse sottosoglia.

Come anticipato, tali contributi sono deducibili dal reddito imponibile Irpef. Di conseguenza, i soggetti forfettari, che applicano un’imposta sostitutiva in luogo dell’Irpef, nel caso in cui non avessero ulteriori redditi assoggettabili ad Irpef non potrebbero beneficiare di tale deduzione.

Ciò deriva dal fatto che il regime di vantaggio comporta una serie di semplificazioni e agevolazioni a fronte di alcune limitazioni. In particolare, sono previste semplificazioni ai fini sia dell’Iva sia delle imposte sul reddito. Nel primo caso, le fatture emesse (nel 2020 non è previsto l’obbligo di fatturazione elettronica) non saranno assoggettate ad Iva, per contro l’imposta riportata sulle fatture di acquisto non sarà detraibile e, di conseguenza, è previsto l’esonero per una serie di adempimenti collegati all’Iva (quali la predisposizione di dichiarazione, le liquidazioni periodiche, la tenuta dei registri contabili).

Con riferimento alle imposte sul reddito, è previsto l’esonero dalla tenuta delle scritture contabili, dall’applicazione degli Isa, e l’applicazione di un’imposta sostitutiva dell’imposta  sui  redditi, delle addizionali regionali e comunali e dell’imposta regionale sulle attività produttive pari al 15% del reddito (5% per i primi 5 anni di attività e in presenza di specifiche condizioni) determinato forfettariamente applicando un coefficiente di redditività che varia a seconda del tipo di attività esercitata e, quindi, del corrispondente codice Ateco.

Tra le limitazioni le più importanti sono da annoverare certamente quelle previste in tema di detrazioni e deduzioni fiscali concesse, invece, nel regime ordinario.

Più precisamente, i redditi prodotti in applicazione del regime forfettario non possono godere delle detrazioni e deduzioni fiscali generalmente previsti, ma se lo stesso soggetto, assieme ai redditi prodotti nell’ambito della propria attività professionale, produce redditi diversi, assoggettati ad Irpef, per questi potrà sfruttare le deduzioni e le detrazioni previste, nei limiti di reddito imponibile e di imposte generate.

Con particolare riferimento alle deduzioni dei contributi previdenziali, è opportuno ricordare che per espressa previsione normativa (art. 1 comma 64 L.190/2014 – legge di Stabilità 2015, che ha originariamente introdotto il regime forfettario) risultano detraibili dai redditi determinati in regime forfettario “i contributi previdenziali versati in ottemperanza a disposizioni di legge (…)”.

Pertanto, i contributi versati alle casse di previdenza obbligatoriamente previste risultano deducibili anche dai redditi determinati forfettariamente.

Appare, quindi, evidente che i contributi versati volontariamente ai fondi di previdenza complementare non siano deducibili dai redditi prodotti con metodo forfettario. Ma non tutto è perduto. Infatti, se è vero che il contribuente che ha prodotto esclusivamente redditi forfettari non deduce i contributi versati ai fondi di previdenza complementare, è altrettanto vero che tali contributi non dedotti produrranno un’esenzione fiscale sulla prestazione pensionistica finale. 

Per capire meglio, occorre ricordare che la pensione complementare, quando viene erogata, è assoggettata ad una ritenuta ad aliquota pari al 15% sui contributi versati nei primi 15 anni, che si riduce dell’0,30% ogni anno, fino ad arrivare al 9%. Tali aliquote risultano evidentemente più vantaggiose delle ordinarie aliquote Irpef, che vanno dal 23 al 43%.

Inoltre – e questo è senza dubbio l’aspetto più rilevante – la base imponibile su cui è applicata la ritenuta d’imposta non considera quanto è stato già tassato nelle fasi precedenti e nemmeno i contributi che non sono stati dedotti in fase di accumulo.

Infatti, gli importi periodicamente versati al fondo pensione vengono da questo investiti per acquistare titoli di stato, obbligazioni o azioni, per cui è facile che durante la fase di accumulo, in conseguenza degli investimenti effettuati dal fondo, si generino dei rendimenti, che a loro volta vengono tassati ciascun anno con un’imposta sostitutiva nella misura del 20%. Pertanto, sui rendimenti generati, non si applicherà alcuna ritenuta in fase di erogazione della pensione complementare.

Allo stesso modo, risulteranno completamente esenti da imposte i contributi che non sono stati dedotti durante il periodo di accumulo.

Condizione fondamentale per ottenere ciò che, senza alcun dubbio, è una condizione vantaggiosa, è la preventiva comunicazione di mancata deduzione dei contributi dai propri redditi, inoltrata ogni anno (entro il 31/12) al fondo pensionistico a cui si è aderito.

Perché, in fin dei conti, nulla è perduto se lo si sa rivendicare.

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