fbpx

Viviamo momenti a dir poco drammatici. All’emergenza sanitaria e al conseguente lock down, ha fatto seguito una crisi economica senza precedenti. Citando solo alcuni indicatori, si registrano il crollo del Pil, l’aumento del già enorme debito pubblico e una crisi delle imprese senza precedenti. Una fotografia dell’attuale sistema economico sembra non lasciare alcuna speranza. Il decreto Cura Italia ha previsto la proroga dei termini di pagamento di alcune imposte, la sospensione di alcune azioni esecutive e la possibilità di continuare l’esercizio dell’attività d’impresa anche in assenza di continuità a causa del Covid.

In questo contesto, nell’ultimo decennio, l’entrata in carica di un nuovo governo è coincisa con l’inserimento nel proprio programma politico di una riforma fiscale. Ma come può una riforma innescarsi in un sistema fiscale caratterizzato da un notevole livello di evasione, da un ingente carico di ruoli inesigibili e da un contenzioso tributario di difficile smaltimento in cui l’erario risulta soccombente nella maggior parte dei casi? Non sappiamo cosa ci aspetti nel 2021. Ma se auspichiamo che con l’avvento del vaccino torneremo a riabbracciarci, chissà quando le imprese potranno uscire dall’attuale “terapia intensiva”. E chissà se e quando torneremo a vivere un normale stato di cose, vedremo all’orizzonte una nuova stagione di condoni.

Già… un condono fiscale. Perché mai? Il condono non è uno strumento etico, né tanto meno equo, e non deve essere utilizzato in sistemi economici moderni, fondati sulla capacità di controllo dei contribuenti. Il direttore dell’Agenzia delle Entrate, Ernesto Maria Ruffini, si è dichiarato contrario, ritenendo i condoni una misura sbagliata e un segnale non certo incoraggiante verso chi, nonostante le difficoltà economiche, paga regolarmente le tasse. Secondo la Corte Europea, il condono fiscale risulta incompatibile col diritto comunitario in quanto, citando il principio di neutralità fiscale, nessun Paese dell’Ue può rinunciare al suo potere di imposizione, indipendentemente dai vantaggi o dagli svantaggi connessi a tale rinuncia. A ciò si aggiunga che la Corte di Giustizia Ue, con la pronuncia C-132/06 del 17 luglio 2008, ha dichiarato incompatibile col diritto comunitario le disposizioni sull’integrativa semplice e sul condono tombale del 2002 in materia di Iva. Già, l’Europa. Il continente del “paradiso” fiscale olandese, che tanto osteggia qualsivoglia prestito all’Italia.

Ma non è forse un condono il miglior punto di avvio di una riforma fiscale e la ripartenza del sistema economico? Ma non è forse un condono ciò che chiedono le imprese per la definizione dei rapporti pregressi ed avere certezza di non incorrere in sanzioni amministrative e penali? Ma non è forse un condono lo strumento di cui necessita l’erario per acquisire ingenti risorse finanziarie di sicura esigibilità?

Il più grande condono fiscale risale all’Impero Romano, allorché l’imperatore Adriano, nel 118, decise di conquistare il consenso dei cittadini, cancellando i debiti erariali accumulatisi nei precedente sedici anni. Nell’Italia degli ultimi 50 anni, è del 1973 il condono fiscale del governo Rumor, seguito nel 1982 da Spadolini e nel 1991 da Andreotti. Appena quattro anni dopo, nel 1995, Dini emanò un concordato fiscale. Berlusconi, infine, nel 2003 approvò il condono fiscale e, nel 2009, lo scudo fiscale.

Immaginiamo quindi che si chiamerà “condono Covid”, “concordato di gregge” o chissà quale altro nome, ma non è da escludere che al termine di questa pandemia, inizi una nuova stagione finalizzata a “sanificare” le sorti economiche del Paese e a consentire allo Stato di assicurarsi un consistente flusso di denaro extra gettito, per fare tabula rasa e ripartire.

Homepage > Notizie > Notizie > Una stagione di condoni per ridare vita all’economia
Newsletter

Vuoi ricevere la nostra newsletter e rimanere aggiornato sulle nostre pubblicazioni?