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02.02.21

Notizie

Il Recovery Plan e gli “scricchiolii” della crisi di Governo

Digitalizzazione e innovazione, transizione ecologica ed inclusione sociale: questi gli assi strategici del Recovery Plan italiano, il cui testo è stato approvato dal Consiglio dei Ministri lo scorso 12 gennaio e già segnato con la penna rossa dall’Europa. Si è resa evidente la necessità di rinforzare il piano di riforme, tra cui in modo particolare quella fiscale.

A complicare la situazione è la crisi di Governo. L’aspettativa dei vertici europei nei confronti del Recovery Plan dell’Italia era ben diversa da quanto si sta verificando: trattandosi del primo Paese beneficiario dei fondi europei di Next Generation EU, e anche alla luce delle pressioni esercitate mesi fa dal Governo italiano per ottenere un debito comune europeo, Roma sarebbe dovuta essere la prima capitale a presentare il Piano nazionale di ripresa e resilienza.

I ritardi accumulati sul Recovery e la crisi politica potrebbero dare nuovo vigore ai falchi del Nord Europa, vanificando le battaglie per una condivisione del debito.

Ma a preoccupare, oltre al capitolo riforme, ci sono i tempi di consegna del Piano e la capacità di assorbire i fondi europei, anche se le risorse arrivano a tranche e non si passerebbe a quella successiva se non prima vengano impiegati i primi gettiti secondo i tempi e gli obiettivi che i Governi stessi hanno fissato. Occorre, dunque, avere una direttiva d’intervento che, in assenza di pilastri istituzionali, potrebbe deficere.

Ed è qui che entra in ballo la crisi di Governo: Paesi come Francia e Germania, e la stessa Commissione europea, che la scorsa primavera si sono battuti al fianco di Roma per rispondere all’emergenza tramite una condivisione del debito, oggi sono restii ad affiancarsi all’Italia, temendone il flop, vanificando il lavoro di chi aveva immaginato di sfruttare il successo del programma Next Generation EU per rendere permanente il meccanismo di debito comune tramite gli Eurobond a sostegno dell’economia.

 

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