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08.06.20

Consulenza Aziendale - Finanza strutturata

Crediti d’imposta per la capitalizzazione delle Pmi VS distribuzione di utili pregressi: due norme a confronto

Molte volte, in momenti di difficoltà di varia natura, come quello che stiamo attraversando, si è portati a considerare soltanto le criticità e a cercare, tra gli strumenti a disposizione, quelli più adatti alla migliore gestione delle stesse. Il che è sicuramente corretto ma non deve essere limitante rispetto alla capacità di tenere a mente che possono esistere delle situazioni diverse da quelle prevalenti nel contesto generale, e che anche queste ultime devono essere correttamente gestite. E’ il caso di quelle imprese che, in aggiunta o in sostituzione delle diverse forme di accesso al credito oggi disponibili, e delle agevolazioni introdotte dal Governo per facilitarlo, fossero nelle condizioni di ricapitalizzarsi o addirittura di distribuire degli utili, magari accantonati negli esercizi precedenti.

Anche per queste ipotesi, che possono sembrare lontane dalla nostra realtà ma che pure esistono, ci sono delle norme che è bene conoscere, in quanto di nuova introduzione, o che è bene tenere a mente, in quanto limitate nel tempo, tanto più se le une possono, in qualche caso, interferire con le altre.

Il decreto Rilancio ha introdotto delle norme volte al rafforzamento patrimoniale delle imprese di medie dimensioni, allo scopo di scongiurare la sotto capitalizzazione che potrebbe conseguire all’emergenza epidemiologica, ed ormai socio-economica, da Covid-19.

In particolare, l’art. 26 del D.L. n. 34/2020 riconosce, a fronte di aumenti di capitale a pagamento effettuati in società di medie dimensioni, due distinti crediti d’imposta.

Un primo credito d’imposta spetta ai soci investitori, persone fisiche o giuridiche, ed è pari al 20% dell’aumento di capitale sottoscritto e versato (nella misura massima di 2.000.000 di euro). Un secondo credito d’imposta spetta alle imprese conferitarie nella misura del 50% della perdita dell’esercizio 2020 eccedente il 10% del valore del patrimonio netto, al lordo della stessa perdita, fino a concorrenza del 30% dell’aumento di capitale. La somma dei due crediti d’imposta, relativi ad uno stesso aumento di capitale, non può eccedere l’importo di 800.000 euro complessivi.

La formulazione della norma appare, a prima vista, abbastanza criptica ma un esempio numerico ci aiuterà a decifrarla.

Supponiamo che la società Alfa Srl abbia un patrimonio netto 2019 così composto:

I           Capitale sociale                                     € 100.000,00

IV        Riserva legale                                         € 15.000,00

VIII      Riserve di utili portati a nuovo         € 300.000,00

Totale Patrimonio Netto                         € 415.000,00

E supponiamo che, prevedendo di conseguire nell’esercizio 2020 un’ingente perdita, la società deliberi un aumento di capitale di € 250.000,00, interamente sottoscritto e versato dai due soci al 50% entro il 31.12.2020.

Se effettivamente l’esercizio 2020 dovesse chiudersi con una perdita, ad esempio di euro 150.000,00, allora si avrà che:

  • a ciascun socio spetterà un credito d’imposta del 20% della quota di capitale sottoscritto e versato, pari ad euro 000 (euro 250.000,00 x 0,5 x 0,2);
  • alla società spetterà un credito d’imposta pari ad euro 54.250 (€ (150.000,00 – 41.500,00) x 0,5).

Tale importo rientra nel limite del 30% dell’aumento del capitale pari ad € 75.000,00 (€ 250.000,00 x 0,3). Entrambi i crediti d’imposta non concorrono alla formazione del reddito ai fini Irpef, Ires e Irap e non rilevano ai fini del rapporto di cui agli articoli 61 e 109, comma 5, del Tuir (Dpr 917/86). Ma le condizioni di accesso ai due crediti e le relative conseguenze sono diverse a seconda del beneficiario (socio o società) e vanno valutate anche alla luce delle altre disposizioni di legge che impattano sulle movimentazioni del patrimonio netto sociale.

A carico dei soci conferenti è previsto soltanto che versino l’intero capitale sottoscritto, nella misura minima di € 250.000 entro il 31.12.2020.

La società conferitaria, invece, deve:

  • avere sede legale o stabile organizzazione in Italia;
  • aver conseguito, nell’esercizio 2019, ricavi compresi tra 5 e 50 milioni di euro; nel caso in cui la società appartenga ad un gruppo, si fa riferimento al valore dei citati ricavi su base consolidata, al più elevato grado di consolidamento;
  • aver subito, a causa dell’emergenza epidemiologica da Covid-19, nel secondo bimestre 2020, una riduzione complessiva dei ricavi, rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, non inferiore al 33%;
  • aver deliberato ed eseguito, nel periodo compreso tra il 20.05.2020 e il 31.12.2020, un aumento di capitale a pagamento non inferiore a € 250.000;
  • trovarsi in situazione di regolarità fiscale e contributiva;
  • essere in regola con le disposizioni vigenti in materia di edilizia, urbanistica, del lavoro, della prevenzione degli infortuni e della salvaguardia dell’ambiente;

e ancora, non deve:

  • rientrare, alla data del 31.12.2019, tra le imprese in difficoltà ai sensi del Regolamento Ue n. 651/2014, del regolamento Ue n. 702/2014 del 25 giugno 2014 e del Regolamento Ue n. 1388/2014 del 16 dicembre 2014;
  • aver ricevuto e non rimborsato aiuti di Stato dichiarati illegali o incompatibili;
  • avere amministratori, soci e titolari effettivi che abbiano subito misure di prevenzione di cui al D.Lgs. 159/2011, né condanne definitive per reati di evasione fiscale.

Non possono beneficiare del credito d’imposta le società che controllano direttamente o indirettamente la società conferitaria, sono sottoposte a comune controllo, sono collegate alla stessa oppure sono da questa controllate.

In merito alle modalità di utilizzo del credito è previsto che i soci conferenti possano utilizzarlo sia nella dichiarazione dei redditi relativa al periodo d’imposta di effettuazione del conferimento, e in quelle successive fino a quando non se ne conclude l’utilizzo, sia in compensazione, a partire dal decimo giorno successivo a quello di presentazione della dichiarazione relativa al periodo di effettuazione del conferimento, mentre la società conferitaria potrà utilizzarlo soltanto in compensazione.

Inoltre, al fine di conservare il diritto al beneficio è stabilito che:

  • i soci devono mantengano la partecipazione rinveniente dall’aumento del capitale sociale fino alla data del 31.12.2023;
  • la società non deve distribuire riserve, di qualsiasi tipo, prima del 1° gennaio 2024, pena la restituzione del credito maggiorato degli interessi.

Quest’ultima condizione è particolarmente pregnante laddove debba essere riferita anche alle riserve di utili portati a nuovo dagli esercizi precedenti come l’ampia formulazione letterale della norma lascia presupporre (“riserve di qualsiasi tipo”).

Per comprenderne pienamente la portata, è opportuno ricordare che la Legge di Bilancio 2018 (L. n. 205/2017) ha equiparato fiscalmente i dividendi (ossia gli utili derivanti dalla partecipazione al capitale o al patrimonio dei soggetti Ires di cui all’art. 73 co.1 del Tuir) percepiti in dipendenza di partecipazioni qualificate a quelli derivanti da partecipazioni non qualificate, prevedendo che tutti i dividendi percepiti a decorrere dall’1.1.2018 siano soggetti a tassazione mediante ritenuta a titolo d’imposta del 26% sull’intero importo percepito (art. 1, co. 1005 L.205/2017 e art. 27 del Dpr 600/73).

Dal momento che questo tipo di tassazione risulta deteriore rispetto a quella che veniva applicata precedentemente ai dividendi corrisposti in dipendenza di partecipazioni qualificate, il successivo co. 1006 dell’art. 1 L. 205/2017 ha previsto una disciplina transitoria volta a garantire la precedente e più favorevole tassazione sugli utili conseguiti dai soggetti Ires fino al 31.12.2017 (D.M. 26.05.2017).

In particolare, ferma restando la costante tassazione nella misura del 26%, a titolo d’imposta, sul 100% dell’utile derivante da partecipazioni non qualificate, è previsto che gli utili prodotti sino all’esercizio in corso al 31.12.2017, derivanti da partecipazioni qualificate, la cui distribuzione sia deliberata tra il 1° gennaio 2018 e il 31 dicembre 2022, concorrano alla formazione del reddito del Socio percipiente nella seguente misura:

  • 40% del loro ammontare con riferimento ai dividendi relativi a utili prodotti fino all’esercizio in corso al 31/12/2007;
  • 49,72% del loro ammontare con riferimento ai dividendi relativi a utili prodotti a decorrere dall’esercizio successivo a quello in corso al 31/12/2007 e fino all’esercizio in corso al 31.12.2016;
  • 58,14% del loro ammontare con riferimento ai dividendi relativi a utili prodotti a decorrere dall’esercizio successivo a quello in corso al 31/12/2016;
  • 100% del loro ammontare, con aliquota del 26% a titolo definitivo, con riferimento ai dividendi relativi a utili prodotti a decorrere dall’esercizio successivo a quello in corso al 31/12/2017 o utili pregressi con delibera adottata successivamente al 31.12.2022.

La disciplina transitoria trova applicazione anche in relazione agli utili distribuiti dal 1° gennaio 2018 a seguito di delibere assembleari adottate entro il 31 dicembre 2017 (Circolare Assonime n. 11/2018 e Ris. A.E.n. 56/E/2016 – Dre Piemonte risposta a istanza di interpello n. 901-498/2018).

In presenza di riserve di utili disponibili, ancorché la delibera assembleare preveda la distribuzione ai soci di riserve di capitale, si presumono prioritariamente distribuiti l’utile d’esercizio e le riserve di utili, salvo che la società comunichi espressamente la diversa natura delle riserve oggetto di distribuzione e il relativo regime fiscale da applicare. Inoltre, qualora la delibera di distribuzione si riferisca ad utili antecedenti al 2018, si presumono prioritariamente distribuiti gli utili formatisi fino all’esercizio in corso al 31.12.2007, successivamente quelli formatisi fino all’esercizio in corso al 31.12.2016 e solo alla fine gli utili prodotti nell’esercizio in corso al 31.12.2017.

Il regime impositivo da applicare dipende dunque:

  • dall’anno di formazione degli utili;
  • dal momento in cui sarà assunta la delibera di distribuzione (ante o post 31.12.2022);
  • dalla natura “qualificata” o “non qualificata” della partecipazione detenuta dal socio al momento dell’effettiva percezione degli utili.

La condizione che la delibera di distribuzione degli utili formatisi fino al 31.12.2017 venga adottata entro e non oltre il 31.12.2022 rappresenta l’elemento più delicato della disciplina transitoria, in quanto, ove venisse dimenticato di farlo, verrebbe pregiudicata la possibilità di applicare ai dividendi le regole proprie del regime transitorio, con evidente incremento della tassazione sugli utili distribuiti.

Per ovviare a tale rischio, si potrebbe pensare di adottare una delibera assembleare con la quale i soci decidono la totale distribuzione delle riserve di utili formatesi fino all’esercizio in corso al 31.12.2017. Tuttavia, la scelta di deliberare e, possibilmente, procedere entro il 31.12.2022, alla distribuzione di utili formatisi antecedentemente al 31.12.2017, se da un lato mette al riparo i soci dal rischio della “dimenticanza”, dall’altro potrebbe entrare in contrasto con la limitazione alla distribuzione di qualsiasi tipo di riserva posta dal decreto Rilancio quale condizione per il mantenimento del diritto al credito d’imposta sull’aumento di capitale. In assenza, dunque, di un apposito chiarimento che magari escluda dal divieto di distribuzione gli utili portati a nuovo dagli esercizi precedenti, si rischia che il socio che oggi intenda ricapitalizzare la propria società, veda pregiudicata la possibilità di avvalersi del trattamento fiscale più vantaggioso di cui avrebbe potuto godere in passato, non adottando la virtuosa scelta di differire la distribuzione degli utili conseguiti. Salvo, forse, a deliberare la distribuzione degli stessi entro il 31.12.2022 e rinviarne ulteriormente la materiale corresponsione a data successiva al 31.12.2023.

Infine, vale la pena di ricordare che se i soci, piuttosto che distribuire gli utili in precedenza accantonati, non avendo possibilità di effettuare aumenti di capitale a pagamento, volessero rimpinguare il patrimonio netto della società, rinunciando a tutto o parte degli utili pregressi, non solo non avrebbero diritto ad alcun credito d’imposta ma, per di più, sarebbero sottoposti a tassazione, come se avessero materialmente percepito i dividendi, in virtù del c.d. “incasso giuridico”.

Tale fattispecie, introdotta dalla Amministrazione Finanziaria con la circolare n. 73/E/1994, nella quale si asserisce che “la rinuncia ai crediti correlati a redditi che vanno acquisiti a tassazione per cassa presuppone l’avvenuto incasso giuridico del credito e quindi l’obbligo di sottoporre a tassazione il loro ammontare, anche mediante applicazione della ritenuta d’imposta”, è stata nel tempo confermata anche dalla giurisprudenza di legittimità il cui consolidato orientamento è favorevole alla tesi dell’”incasso  giuridico” per il fatto  che “la rinuncia presuppone il conseguimento del credito il cui importo, anche se non materialmente incassato, viene comunque utilizzato” e va, pertanto, tassato in capo al socio (Cass., sez. V, 18 dicembre 2016 n. 26842 – da ultimo Cass., sez. VI, Ord. 30.01.2020 n. 2057).

Se tanto ci dà tanto, ecco che, allora, qualora intervenisse l’avallo chiarificatore dell’Amministrazione Finanziaria, potrebbe valere la pena di procedere comunque alla distribuzione degli utili pregressi e al loro successivo apporto in società sotto forma di aumento di capitale a pagamento, potendo con ciò conseguire i soci e far conseguire alla società i crediti d’imposta introdotti dall’art. 26 del Decreto Rilancio, al fine di supportare il rafforzamento patrimoniale delle imprese di medie dimensioni.

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