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26.10.20

Il nuovo volto della rivalutazione dei beni d’impresa a seguito del D.l. Agosto

Con l’articolo 110 del D.L. 104 del 14 agosto 2020 (c.d. decreto Agosto), convertito con modifiche dalla Legge n. 126 del 13/10/2020, il legislatore ha riproposto l’istituto della rivalutazione dei beni d’impresa, apportando alcune importanti novità rispetto alle precedenti versioni, l’ultima delle quali risale allo scorso aprile e prevista dal D.L. 23 del 8 aprile 2020 (c.d. decreto Liquidità).

Prima di addentrarci sugli aspetti generali dell’istituto e sulle novità introdotte dal decreto Agosto, risulta doveroso evidenziare i seguenti aspetti.

Il primo aspetto riguarda la natura giuridica della rivalutazione dei beni d’impresa. Tale istituto rappresenta un regime derogatorio rispetto alle disposizioni civilistiche che, sulla base del principio della prudenza, non consentono alle imprese di rivalutare autonomamente il valore dei beni d’impresa, se non in forza di una legge che ne consenta la possibilità.

Un secondo aspetto da non sottovalutare riguarda il fatto che quando si parla di rivalutazione di beni d’impresa, si pensa subito a due aspetti: risparmio fiscale e maggiore patrimonializzazione.

Sì, sarà pure vero. Ma non dobbiamo trascurare la ratio di tale istituto che consente alle imprese la possibilità di rivalutare uno o più beni d’impresa solo se gli stessi risultano iscritti in bilancio ad un valore inferiore rispetto ai valori effettivamente attribuibili ai beni con riguardo alla loro consistenza, alla loro capacità produttiva, all’effettiva possibilità di economica utilizzazione nell’impresa. Insomma, al loro “valore d’uso”, inteso non come valore di mercato del singolo bene, ma come valore economico che il bene possiede nell’ambito dell’intero processo produttivo aziendale ed in combinazione con tutti gli altri elementi che compongono l’azienda.

Ultimo aspetto. È vero, la rivalutazione dei beni d’impresa consente di beneficiare di vantaggi più o meno immediati. Si pensi ai vantaggi immediati conseguenti alla rilevazione della riserva di rivalutazione che incrementa la consistenza del patrimonio netto; la possibilità che tale riserva possa essere utilizzata per coprire le eventuali perdite di esercizio; i risparmi fiscali futuri conseguenti alla rilevazione di maggiori ammortamenti; la riduzione di plusvalenze tassabili nel caso il bene rivalutato dovesse essere dismesso in futuro.

Accanto a tali benefici, tuttavia, per poter attuare scelte consapevoli è necessario valutare tutte le altre conseguenze che la rivalutazione produce: i maggiori ammortamenti da registrare in futuro e il conseguente aumento dei costi che incideranno sui conti economici degli esercizi successivi alla rivalutazione; il rischio di rimanere intrappolati nella rigida disciplina delle società di comodo.

Dunque, prima di avvalersi della rivalutazione dei beni d’impresa risulta necessario partire da un’analisi complessiva che tenga conto non solo dei benefici che l’istituto riconosce, ma anche dei possibili risvolti negativi che la scelta potrebbe generare.

Passiamo adesso ad analizzare gli aspetti generali e le novità introdotte dal decreto Agosto in tema di rivalutazione di beni d’impresa.

Dal punto di vista soggettivo, possono accedere alla rivalutazione dei beni d’impresa i soggetti indicati nell’articolo 73, comma 1, lettere a) e b), del D.P.R. 917/1986, che non adottano i principi contabili internazionali nella redazione del bilancio.

Possono, quindi, accedere all’istituito le S.p.a., S.a.p.a., S.r.l., Società cooperative, di mutua assicurazione, le società europee di cui ai regolamenti (CE) n. 2157/2001 e n. 1435/2003 residenti nel territorio dello Stato, gli enti pubblici e privati diversi dalle società, i trust residenti nel territorio dello Stato, che hanno per oggetto esclusivo o principale l’esercizio di attività commerciali.

Dal punto di vista oggettivo, possono essere oggetto di rivalutazione i beni materiali e immateriali con esclusione di quelli alla cui produzione o al cui scambio è diretta l’attività d’impresa (c.d. beni merce), le partecipazioni in società controllate e in società collegate ai sensi dell’articolo 2359 del Codice civile costituenti immobilizzazioni, risultanti dal bilancio relativo all’esercizio in corso alla data del 31 dicembre 2019.

Quanto alle modalità applicative della rivalutazione, si precisa innanzitutto che la rivalutazione deve essere eseguita nel bilancio o rendiconto dell’esercizio 2020.

La prima importante novità riguarda il fatto che la rivalutazione, a differenza delle versioni previste dalle leggi passate, può essere effettuata distintamente per ciascun bene.

Le passate edizioni delle rivalutazioni, infatti, dalla legge n. 342 del 21 novembre 2000 alla più recente di cui al D.L. 23 del 8 aprile 2020 (decreto liquidità), obbligavano i soggetti che intendevano accedere a tale istituto di rivalutare non il singolo bene, ma tutti i beni appartenenti alla stessa categoria omogenea.

In particolare, nell’ambito dei beni ammortizzabili materiali, diversi dagli immobili, le norme precedenti imponevano di rivalutare unitariamente i beni con medesimo coefficiente di ammortamento e anno di acquisizione.

Ad esempio, se nella categoria attrezzature anno 2015 fossero stati compresi sei beni, avrebbero dovuto essere rivalutati o tutti o nessuno.

La possibilità di rivalutare un singolo bene consentirà a ciascuna impresa di accedere con maggiore probabilità all’istituto. Ad esempio, alle imprese operanti in quei settori con impianti soggetti a costante manutenzione e adeguamento tecnologico, nei quali il valore di funzionamento è spesso notevolmente superiore al residuo da ammortizzare, la rivalutazione per singolo bene consentirà di escludere quelli che saranno dismessi a breve o che comunque non hanno subito adeguate migliorie.

Un’altra importante novità riguarda la possibilità di procedere esclusivamente alla rivalutazione civilistico – contabile senza per forza riconoscere fiscalmente i valori rivalutati.

Passiamo infine agli aspetti fiscali della rivalutazione.

Il decreto Agosto prevede l’opportunità di attribuire ai beni il maggior valore fiscale mediante il versamento di un’imposta sostitutiva pari al 3 per cento e quindi di gran lunga inferiore rispetto alle aliquote a doppia cifra previste dalle precedenti edizioni.

Il versamento dell’imposta sostitutiva, che può avvenire fino ad un massimo di tre rate di pari importo di cui, per le imprese con esercizio coincidente con l’anno solare, la prima con scadenza entro il 16/06/2021, la seconda entro il 16/06/2022 e la terza entro il 16/06/2023, consente di riconoscere fiscalmente (ai fini Irpef, Ires e Irap) il maggior valore attribuito ai beni a decorrere dal 2021 e cioè dall’esercizio successivo a quello con riferimento al quale la rivalutazione è stata eseguita.

Se, tuttavia, il bene rivalutato sia ceduto a titolo oneroso, assegnato ai soci o destinato a finalità estranee all’esercizio dell’impresa ovvero al consumo personale o familiare dell’imprenditore in data anteriore al 1° gennaio 2024, ai fini della determinazione delle plusvalenze o minusvalenze si ha riguardo al costo del bene prima della rivalutazione.

Il saldo attivo della rivalutazione può essere affrancato, in tutto o in parte, con l’applicazione in capo alla società di un’imposta sostitutiva delle imposte sui redditi, dell’Irap e di eventuali addizionali nella misura del 10 per cento, da versare in un massimo di tre rate di pari importo alle medesime scadenze di versamento viste prima.

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