13.12.21

La riforma del Terzo settore del 2017 entra nel vivo nel 2021 con l’iscrizione al Runts

Gli obiettivi e le finalità del Terzo settore possono essere molteplici: dall’assistenza a persone con disabilità all’accoglienza dei migranti, dalla promozione di un’agricoltura sostenibile all’offerta di servizi ai cittadini. Quest’ultime, in particolare, sono chiamate, sempre più spesso, a colmare le lacune del servizio pubblico.

Il loro ruolo è, pertanto, fondamentale per il conseguimento degli obiettivi di supporto alla persona, proprio laddove le Istituzioni non riescono ad arrivare, motivo per cui il Legislatore ha  provveduto a riordinare e revisionare complessivamente la disciplina civilistica e fiscale vigente in materia.

Secondo l’ultimo censimento permanente delle istituzioni no profit dell’Istat, al 31 dicembre 2019 le organizzazioni attive nel Terzo settore erano 362.634, con un impiego complessivo di 861.919 dipendenti. Numeri rilevanti, che rimarcano l’importanza di un settore che, negli anni, ha trovato spazio proprio nelle lacune lasciate dalle Istituzioni in temi complessi quali accoglienza e supporto ai cittadini.

È in questo scenario che si inserisce la riforma del Terzo settore, varata nel 2017 ed entrata nel vivo a fine del 2021, quando si è data possibilità materiale all’iscrizione nel Registro Unico Nazionale del Terzo settore (Runts)

Entriamo nei dettagli della materia. È stato il Decreto legislativo 3 luglio 2017 n. 117 a introdurre il Codice del Terzo settore ha definito, per la prima volta, il perimetro dell’omonimo settore e, in maniera omogenea e organica, gli enti che ne fanno parte.

Nello specifico, vi rientra il complesso di enti privati che nascono per perseguire, senza scopo di lucro, finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale, promuovendo e realizzando attività di interesse generale mediante erogazioni liberali, forme di volontariato ovvero produzione e scambio di beni e servizi. È, quindi, possibile annoverare le organizzazioni di volontariato, le associazioni di promozione sociale, gli enti filantropici e le imprese sociali. In quest’ultimo caso, sono incluse le cooperative sociali, le reti associative, le società di mutuo soccorso, le associazioni, riconosciute o non riconosciute, le fondazioni e gli altri enti di carattere privato no profit, diversi dalle società ed iscritti nel Registro Unico Nazionale del Terzo settore (Runts).

I requisiti necessari per l’assunzione della qualifica giuridica di ente del Terzo settore sono duplici: occorre che si persegua, senza scopo di lucro, attività di interesse generale per finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale; altresì occorre l’iscrizione nel Runts.

Ed è proprio il Runts ad essere tra le novità più importanti della riforma, in quanto la sua istituzione ha come obiettivo il superamento del previgente sistema di registrazione degli enti, caratterizzato da una molteplicità di registri la cui gestione era affidata alle Regioni e alle Province autonome.

Il Decreto Ministeriale n. 106 del 2020 ha individuato le modalità tramite cui tale iscrizione è resa possibile. Nello specifico, il legale rappresentante dell’ente deve presentare, telematicamente, all’ufficio competente, la domanda di iscrizione cui vanno allegati l’atto costitutivo, lo statuto registrato presso l’Agenzia delle Entrate e, per gli enti già esercitanti l’attività, l’ultimo o gli ultimi due bilanci consuntivi approvati unitamente alle copie dei verbali assembleari di approvazione. Infine, in caso di affiliazione ad una rete associativa, va documentata anche una attestazione di adesione alla medesima rilasciata dal rappresentante legale di quest’ultima. L’ufficio competente, a seguito di opportune verifiche, dispone con apposito provvedimento, l’iscrizione dell’ente nella sezione del Runts indicata nella domanda.

L’iscrizione al Runts non è obbligatoria, ma produce effetto costitutivo relativamente all’acquisizione della qualifica di ente del Terzo settore ed, inoltre, in alcuni casi ha altresì effetto costitutivo della personalità giuridica.

C’è un però. La qualifica di ente del Terzo settore rappresenta, inoltre, il presupposto fondamentale per fruire delle diverse agevolazioni previste dalla riforma.

Infatti, una delle principali novità della riforma è legata ad un regime fiscale strutturato in base alle finalità e alla gestione, commerciale oppure non commerciale delle attività degli enti del Terzo settore.

A titolo esemplificativo, sono “non commerciali” le attività di interesse generale svolte con modalità non commerciali; i contributi, le sovvenzioni, le liberalità, le quote associative (ed altre entrate assimilabili); il valore normale delle cessioni o prestazioni gratuite (proventi figurativi). Sono, invece, “commerciali” (e generano quindi ricavi imponibili), le attività di interesse generale svolte con modalità commerciali, le attività diverse (escluse le sponsorizzazioni).

A seconda che prevalgano le attività commerciali o quelle non commerciali, cambia la qualifica dell’ente e il regime fiscale (forfetario o ordinario) da applicare.

Altre agevolazioni riguardano le organizzazioni di volontariato (Odv) e le Associazioni di promozione sociale (Aps) per le quali il Codice ha previsto specifiche indicazioni sulla vendita di beni e prestazione di servizi, ma anche per la somministrazione di alimenti e bevande considerandole come attività non commerciali se svolte nel rispetto di determinati requisiti.

Inoltre, la normativa prevede l’accesso a una serie di semplificazioni sull’imposta sul valore aggiunto per tali enti. Infine, ulteriori agevolazioni sono previste anche in materia di imposte indirette e tributi locali, tra cui, a mero titolo esemplificativo, l’esenzione, per gli enti non commerciali, dall’Imu e dalla Tasi per gli immobili destinati all’esercizio delle attività istituzionali, ovvero l’applicazione dell’imposta di registro in misura fissa per gli atti traslativi della proprietà di beni immobili a favore di enti del Terzo settore.

Ecco, dunque, che è possibile affermare con cognizione di causa come, oggi, il Terzo settore non è solo un impegno sociale organizzato, bensì un motore importante dell’economia del nostro Paese: una galassia di organizzazioni diverse che operano per il bene comune, ed anche un mondo in trasformazione che agisce per rispondere ai bisogni della comunità, cambiando con la società stessa.

La riforma del 2017 sembra muoversi, pertanto, sulla stessa lunghezza d’onda, ampliando la platea dei destinatari dei benefici fiscali, incentivando una sempre maggiore collaborazione tra pubblico e privato e ancora introducendo novità anche per una delle più classiche forme di donazione per il non profit, il 5 per mille, a cui il legislatore ha dedicato un apposito decreto.

Se, finora, potevano accedere a questo strumento di sostegno solo alcune realtà, la nuova normativa apre a tutti gli enti del Terzo settore iscritti al Runts, includendo associazioni o fondazioni che precedentemente ne erano escluse.

Tuttavia, va rilevato che i benefici fiscali introdotti dalla riforma non sono ancora entrati in vigore e, pertanto, gli enti no profit si potranno iscrivere nel Runts, acquisendo così la qualifica di ente del Terzo settore, ma dovranno applicare il regime fiscale previsto dalla precedente normativa.

Di fatto, la Commissione Europa non ha dato ancora l’ok per la fruizione delle agevolazioni fiscali dei soggetti iscritti al Runts, quando invece il fulcro della riforma starebbe proprio in questo… .

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