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Transazione fiscale e previdenziale al giro di boa: alla luce dell’emendamento al decreto legge 125/2020 – che è in fase di conversione – sembrano definitivamente in via di soluzione le criticità che ne hanno rallentato un’ampia diffusione.

Mai periodi di crisi sono stati più difficili da superare rispetto a quello in corso. Nei prossimi anni, il sistema economico generale si troverà ad affrontare tanto una probabile ripresa quanto le difficoltà derivanti dallo stallo dei consumi registratosi nei periodi di forte crisi e per cui non è sufficiente una ripresa dei mercati per far sì che le imprese si lascino tutto alle spalle.

È, quindi, auspicabile che, nel momento in cui ciò avverrà, il sistema avrà a disposizione i migliori strumenti per la salvaguardia delle imprese, messe a dura prova dalla pandemia.

L’istituto della transazione ex art. 182 ter della legge fallimentare è di fondamentale importanza per l’intero sistema economico.

Ma cos’è la transazione fiscale e contributiva? E perché un istituto di così grande importanza non è entrato pienamente a regime nel nostro sistema economico?

La transazione fiscale e contributiva è una procedura transattiva, che può essere adottata nell’ambito del concordato preventivo o degli accordi di ristrutturazione del debito, e consente un pagamento ridotto dei debiti tributari e previdenziali o una dilazione degli stessi. È, quindi, una grande opportunità sia per le imprese in difficoltà finanziaria, che possono chiudere le pendenze con il fisco e gli enti previdenziali,  sia per lo Stato che, attraverso questo istituto, è nelle condizioni di recuperare denaro e salvaguardare imprese e posti di lavoro.

Uno strumento di così grande importanza, tuttavia, è stato fino ad oggi poco utilizzato, poiché alcune  criticità ne hanno reso difficile, ed in alcuni casi non percorribile, l’adozione.

In particolare, si è trattato di fattori di enorme difficoltà operativa: dal ritardo con cui l’Agenzia delle Entrate e l’Inps hanno, in alcuni casi, esaminato le proposte al fatto che gli stessi uffici hanno più volte rigettato proposte transattive (sebbene più convenienti rispetto alla liquidazione), fino ad una linea di rigidità adottata dall’Inps.

In questo contesto si colloca l’emendamento al decreto legge 7 ottobre 2020 n. 125, in fase di conversione, che prevede una integrazione degli art. 180-182 bis-182 ter della legge fallimentare ed anticipa l’entrata in vigore di alcune disposizioni previste dagli art. 48 comma 5, 63 e 88 del Codice della crisi d’impresa.

Le suddette disposizioni prevedono che il Tribunale possa omologare concordati preventivi ed accordi di ristrutturazione, anche in assenza di adesione dell’Agenzia delle Entrate e dell’Inps, nei casi in cui l’adesione dei suddetti enti risulti decisiva ai fini del raggiungimento della percentuale dei crediti previsti per l’omologazione ed il soddisfo dei crediti sia più conveniente rispetto all’alternativa liquidatoria.

Tuttavia, la conversione del decreto legge dovrà colmare una lacuna procedurale dell’emendamento, prevedendo che anche nell’ambito degli accordi di ristrutturazione del debito – e non solo per i concordati preventivi – il termine entro cui gli enti devono rilasciare il rispettivo parere sia di 90 giorni.

Deve auspicarsi, quindi, che a seguito della conversione del decreto legge, si avrà a disposizione uno strumento idoneo a consentire la totale salvaguardia degli interessi dell’erario e dell’intero sistema economico.

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