L’innalzamento del tetto d’uso del contante nel 2023 ha aperto un dibattito non privo di colore. L’Italia, infatti, secondo le intenzioni del precedente Governo era pronta a dimezzare la soglia massima, scendendo a 1.000 euro dal nuovo anno.

L’attuale bozza della nuova Legge di Bilancio 2023, invece, prevede una soglia massima di 5.000 euro. Fioccano le polemiche: tale manovra, dunque, incentiverebbe l’irregolarità, il lavoro nero e l’evasione fiscale o semplicemente limiterebbe l’impatto negativo sul mercato interno?

In tema di circolazione monetaria la tendenza generale è quella di diminuire sempre più i pagamenti in denaro contante, preferendo metodi di transazione digitale, complice di certo l’evoluzione tecnologica e le conseguenti “nuove” abitudini degli acquirenti.

Analizzando il contesto globale, le transazioni digitali sono in crescita all’interno dell’area Euro. Secondo la Banca centrale europea (Bce), il numero di pagamenti elettronici nel 2021 è incrementato del 12,5% rispetto all’anno precedente. Tra gli Stati dell’Eurozona, quello in cui i consumatori effettuano più transazioni in contante è Malta, seguita da Spagna, Cipro e Italia. In fondo alla classifica si trovano Estonia, Finlandia e i Paesi Bassi.

La discussione sul tetto d’uso del denaro contante è sempre stata molto accesa: da una parte c’è il coro di quanti pensano che un ampio margine di circolante favorisce l’evasione fiscale e la criminalità; dall’altra, mettere un limite all’uso rappresenta, di per sé, una costrizione della libertà personale e un rischio per i consumi.

In ambito UE la materia del pagamento in contanti è disciplinata dalla normativa Doganale (Regolamento UE 2021/776), ma le normative nazionali sono fortemente differenziate.  Sono 12 gli Stati comunitari in cui c’è una soglia massima per i pagamenti in contante, per 6 Paesi esistono delle soglie solo in determinate situazioni, nei restanti 9 non ci sono limiti alle transazioni in contanti.

Il limite più basso che si riscontra nell’Unione europea è quello imposto dalla Grecia, pari a 500 euro, applicato in qualsiasi circostanza. Quello più alto si trova in Ungheria e si tratta di un limite di 40mila euro al mese applicato esclusivamente alle persone giuridiche.

In Italia il tetto del contante è regolato dal decreto legislativo 231/2007. Secondo l’ultima modifica contenente nella legge 15/2022, questo limite è fissato a 2.000 euro fino al 31 dicembre 2022 e si prevede un innalzamento a 5.000 euro con l’approvazione della Legge di Bilancio 2023.

Al fine di ottenere un approccio coordinato, il Consiglio dell’Unione Europea è intervenuto, come spiegato nel comunicato stampa del 7 dicembre 2022, fissando il tetto al contante a 10.000 euro, dando a ciascuno Stato la possibilità di adottare limiti inferiori.

A parere dello scrivente, e alla luce di quanto sopra esposto, non esistendo molti studi scientifici a riguardo, la discussione, nel nostro Paese, ha assunto più che altro un valore simbolico, in cui ciascuna parte politica cerca di dare un segnale al proprio elettorato di riferimento. E se i limiti ai pagamenti in contanti rischiassero di essere la risposta sbagliata ad un problema reale, cioè quello dell’evasione fiscale?

Se si intende incidere sul sistema dei pagamenti per combattere l’evasione fiscale, sarebbe più efficace introdurre incentivi all’utilizzo dei pagamenti elettronici. Con la “demonizzazione” del contante si rischierebbe di non portare apprezzabili benefici in termini di gettito e di deprimere i consumi.

In attesa dell’approvazione della Manovra 2023, l’auspicio è che l’Italia abbandoni le resistenze del passato e si conceda al potente mix di cultura digitale e fiducia così da scalare le posizioni che la identificano ancora fanalino di coda nell’uso dei pagamenti digitali.

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