Dietro ogni  Influencer o Youtubers di successo c’è un imprenditore digitale. La diffusione della rete Internet ha determinato un cambiamento del linguaggio della pubblicità, ma soprattutto delle modalità e delle abitudini di comunicazione. Una prima conseguenza è la conquistata centralità dei mezzi di comunicazione “peer-to-peer”, c.d. “orizzontali”, fra i quali si annoverano i social network e le piattaforme online di condivisione dei contenuti, rispetto ai media tradizionali c.d. “verticali” (come radio e televisione). È in questo contesto che si inserisce – e sviluppa – la figura dei web influencers, pagati o incentivati dalle imprese per postare sui propri social network contenuti di vario genere, al fine di influenzare l’opinione degli utenti. Ma come si comporta il Fisco di fronte a questo fenomeno?

Dall’esercizio dell’attività di “blogger di successo”, le possibilità di guadagno derivano, principalmente, dall’utilizzo di diversi modelli di business. Il volume dei guadagni ottenibili dipende dall’unicità dei contenuti pubblicati sul social, dal numero e dalla qualità dei follower che seguono la tua pagina e dalla costanza di pubblicazione di contenuti di qualità.

I MODELLI DI BUSINESS ONLINE. Ma quali modelli di business possono essere perseguiti?

  • Pubblicità a pagamento. Si tratta di inserire la pubblicità a pagamento all’interno dei propri video. In questo modo il guadagno dipende dal numero di visualizzazioni delle campagne pubblicitarie;
  • Partecipare a programmi di affiliazione. L’obiettivo è ottenere una percentuale sulle vendite dei prodotti di altre aziende;
  • Creare e vendere un prodotto fisico o digitale, oppure offrire un servizio a pagamento;
  • Vendere foto a terzi come sfruttamento economico dei diritti di utilizzo.

Il primo modello di business, “il meccanismo di affiliazione pubblicitaria” è semplice: si inserisce un video all’interno della piattaforma video e poi, aderendo ad uno specifico programma di affiliazione pubblicitaria, vengono pubblicate, prima del video, varie inserzioni pubblicitarie. Più il video ottiene visualizzazioni, maggiori saranno i guadagni pubblicitari del proprietario.

YouTube (detenuta da Google e con sede in USA) ha creato un proprio programma di affiliazione “Youtube Partner Program”, che permette agli utenti, in possesso di determinati requisiti, di accedere alle funzioni di monetizzazione pubblicitaria.

Youtube consente la partecipazione al programma soltanto agli utenti che possono vantare un certo numero di views (almeno 1.000).

La pubblicità viene inserita sia all’inizio del filmato, con un video della durata di 20 secondi, sia durante l’esecuzione del filmato, con dei banner posizionati in basso per una trentina di secondi.

YouTube remunera i video in base al “Cost per Mile”, ossia la somma che gli sponsor versano al sito per visualizzare i propri banner o spot ogni 1.000 visualizzazioni del video.

La somma che spetta agli YouTuber per gli introiti pubblicitari è legata a quanto pagano gli sponsor, e la cifra può variare di mese in mese. Se nessun utente clicca sui banner pubblicitari i ricavi che si possono ottenere sono solamente quelli derivanti dalle impressions, ma se gli utenti cliccano sul video pubblicitario, si potranno percepire anche i guadagni da “Pay per Click”.

In Italia, per tale tipologia di guadagno, non è prevista una normativa specifica che identifichi le modalità di gestione fiscale corretta. Bisogna, tuttavia, evidenziare un aspetto fondamentale. L’attività economica svolta con la pubblicità sui canali YouTube è considerata abituale, in quanto, i video “monetizzano” durante tutto l’anno e non solo per un breve periodo e in modo occasionale. Per tale motivo è necessaria l’apertura della partita iva.

Il reddito che viene generato dai guadagni dei banner pubblicitari è il c.d. “reddito di impresa” e viene determinato esclusivamente in base al criterio di cassa. Per tale motivo si ha l’obbligo di iscrizione alla Camera di Commercio e all’INPS nella sezione commercianti. Pertanto, in dichiarazione dei redditi tale reddito viene dichiarato come ogni altro reddito di impresa.

Proprio questa diversità è fonte di molte preoccupazioni sul versante del corretto adempimento degli obblighi fiscali. Viene dunque spontaneo chiedersi quali siano le regole fiscali a cui i bloggers devono attenersi per poter svolgere la loro passione senza il rischio di incorrere in sanzioni.

L’obbligo di rispettare determinate regole fiscali, quali l’apertura di una partita IVA e l’istituzione di registri contabili con tutti gli adempimenti che ne seguono, è connesso all’esercizio di una attività di tipo imprenditoriale.

QUANDO SI DIVENTA IMPRENDITORI DIGITALI? È imprenditore colui il quale esercita professionalmente un’attività economica organizzata al fine della produzione o dello scambio di beni e servizi (art. 2082 codice civile). Partendo da questo presupposto, l’apertura di un proprio blog non sempre è sinonimo di avvio di attività imprenditoriale. Occorre che il blogger svolga di fatto un’attività d’impresa secondo la definizione appena data perché lo stesso sia soggetto agli adempimenti fiscali. Ad esempio, tenere un blog nel quale si esprimono proprie opinioni, pensieri o si condividono foto senza che l’attività abbia alcun carattere di abitualità ed economicità e senza che ci sia la vendita di alcun prodotto/servizio non costituisce attività imprenditoriale e quindi non comporta alcun obbligo fiscale.

Al contrario, costruire un sito web, anche sotto forma di blog, con il quale si promuovono e vendono prodotti/servizi sicuramente fa scattare gli obblighi fiscali. Resta inteso che, quanto detto sin qui, costituisce una traccia di carattere generale in quanto le situazioni vanno valutate caso per caso ai fini del loro corretto inquadramento fiscale.

FIN QUANDO SI PUÒ EVITARE LA PARTITA IVA? Lo Stato italiano riconosce la possibilità di svolgere un’attività in via occasionale, dunque senza obbligo di aprire la Partita IVA, solo se sono rispettati i seguenti requisiti:

  • l’attività è svolta in maniera saltuaria o sporadica (quindi non deve avere carattere abituale e/o continuativo) e senza vincolo di subordinazione si può evitare l’apertura della partita iva;
  • la non presenza di coordinamento con l’attività del committente (il lavoro deve essere svolto in completa autonomia circa i tempi e le modalità di esecuzione);
  • l’attività non deve essere esercitata in modo professionale o comunque non deve essere autonomamente organizzata (a titolo esemplificativo non ci si deve avvalere di uno studio proprio, di collaboratori, di un sito dedicato).

Ai committenti va comunicato il superamento del limite di 5.000 euro di reddito nell’anno solare (compensi lordi dedotte le spese a carico del committente) perchè oltre tale soglia si è obbligati a iscriversi alla gestione separata dell’INPS e pagare i contributi previdenziali dovuti.

I redditi derivanti dalle prestazioni di lavoro autonomo occasionale sono classificati come redditi diversi e devono essere riportati nel quadro RL del modello di dichiarazione dei redditi Persone Fisiche e nel modello 730. Fino al limite di reddito pari all’importo di euro 4.800 si è esonerati dalla presentazione della dichiarazione dei redditi.

Quando non ci si può avvalere del contratto di prestazione occasionale ovvero l’attività diventa abituale e continuativa nel tempo, e pertanto non più inquadrabile come lavoro autonomo occasionale è necessario aprire partita IVA.

Se si svolge l’attività di influencer sui social non si è obbligati all’iscrizione alla Camera di Commercio ed all’Inail, ma è corretto effettuare una valutazione specifica in relazione alle caratteristiche dell’attività che si vuole svolgere.

Se un blogger comincia a pubblicare articoli sul suo blog dietro corrispettivo di aziende (post sponsorizzati), dal punto di vista fiscale percepire compensi sotto forma di introiti pubblicitari è sinonimo di attività d’impresa. A questo proposito, occorre fare particolare attenzione alla distinzione tra attività d’impresa e di lavoro autonomo. In particolare, quest’ultimo si caratterizza per la “non imprenditorialità”: tale aspetto sussiste se prevale il lavoro rispetto al capitale e se manca un’organizzazione in forma d’impresa delle risorse economiche ed umane; tale caratteristica lo differenzia dall’attività d’impresa. Invece, se prevale il presupposto della “subordinazione” ci si trova in un rapporto di lavoro dipendente.

Pertanto, dato per certo che sia in caso di attività d’impresa che di lavoro autonomo occorre aprire la partita IVA, se si svolge un’attività che prevede offerte di sponsorizzazione, sotto forma di articoli o di banner pubblicitari, difficilmente è possibile affermare che si tratti di attività consulenziale (e, quindi, di lavoro autonomo).

I guadagni del blogger che partecipa a programmi di affiliazione derivano da accordi che gli consentono di ospitare banner di aziende che intendono offrire prodotti al pubblico (come ad esempio Amazon, eBay, ecc). In questi casi, per ogni vendita effettuata tramite il link presente sul proprio sito, il blogger ricevere una remunerazione in percentuale. Si tratta, quindi, di una vera e propria attività di intermediazione commerciale e, come tale, è soggetta a tutti gli adempimenti fiscali previsti per le imprese commerciali (apertura della partita IVA e conseguenti adempimenti).

Anche la vendita di propri prodotti tramite il web costituisce a tutti gli effetti attività d’impresa di carattere commerciale. Pertanto, occorre la partita IVA e rispettare tutti i connessi obblighi fiscali.

Per completezza, è opportuno rilevare che la determinazione dei redditi derivanti dall’attività di lavoro autonomo svolta dall’influencer può avvenire in via analitica (art. 54 Tuir) o, al ricorrere di talune condizioni, in via forfetaria (art. 1, commi 54-89, L. 190/2014).

In conclusione, il tema attiene al più ampio contesto della tassazione dell’economia digitale, laddove tra mancata tassazione delle piattaforme digitali che hanno sede all’estero, mancata tassazione dei proventi guadagnati dagli Youtubers per i proventi che guadagnano sulla promozione di prodotti, il danno per l’Erario potrebbe essere davvero molto rilevante. Pertanto, non è difficile immaginare interventi normativi tali da rendere omogenea, in una prospettiva globale, la modalità di tassazione dei guadagni di coloro che intendono iniziare un business, anche online.

 

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